Raffaello anteprima
21/10/2017 – 26/02/2018

Senza-titolo-2

 

Raffaello rimaneva legato a Urbino anche dopo la scomparsa del padre
Giovanni Santi nel 1494, che lasciava una fiorente bottega sotto la guida
di Evangelista da Pian di Meleto. Si dispose così ad assorbire precocemente
la cultura urbinate della quale il padre era stato un esponente di spicco,
oltre a intrattenere con artisti come Perugino, Pintoricchio, Signorelli relazioni
di prima mano. La qualità delle sue prove gli fece d’altra parte guadagnare
la protezione del duca Guidubaldo, di sua moglie Elisabetta Gonzaga e di
Giovanna Feltria.
La piccola tavola Tosio appartiene all’attività giovanile del maestro urbinate e
la si considera eseguita intorno al 1505. Destinata alla devozione privata, rappresenta
Cristo Redentore benedicente in primissimo piano sullo sfondo di un
paesaggio. Permea l’immagine una cultura complessa, di cui Raffaello si era impadronito nella città natale, segnata da altissime presenze, sia in pittura con Piero della Francesca e Melozzo da Forlì, che in architettura con Alberti, Laurana, Bramante.
Il giovane Raffaello seppe far tesoro del sapere della cultura feltresca e il Cristo
Redentore benedicente di Brescia ne dà conto. Il torso nudo, che emerge dal
manto rosso con l’evidenza dei segni della Passione, lascia trapelare la memoria
della pittura di Giovanni Santi, negli affreschi della cappella Tiranni a Cagli.
La resa espressiva del volto e la leggera torsione del corpo di Cristo rivelano tuttavia la rapida progressione delle conquiste di Raffaello. La linea mediana dell’orizzonte paesistico lascia che la figura esprima pienamente una spazialità nuova che presuppone la conoscenza della statuaria classica.
La sottigliezza e l’accuratezza nella stesura pittorica, che evidenzia ogni dettaglio
del volto al quale viene riservata una procedura a tratteggio in modo affine
all’arte della miniatura – di cui la biblioteca di Federico da Montefeltro vantava
sommi esemplari – impreziosisce l’opera che riesce a trovare un rapporto armonico
tra la fisicità della figura, inondata di luce, e la quieta atmosfera del paesaggio
sullo sfondo.
Il dipinto fu acquistato dal collezionista Paolo Tosio (1775 – 1842) a Milano con
la mediazione di Teodoro Lechi, che a sua volta aveva fatto da tramite con i marchesi Mosca di Pesaro, proprietari dell’opera dal 1770. L’ingresso del Cristo nella collezione bresciana avvenne nel 1821.