Arte al telefono, una buonanotte per grandi e piccoli, come quelle di una volta, quando le favole ci accompagnavano nel mondo di Morfeo. I personaggi dei dipinti, come nei sogni, prendono vita e si raccontano… state a sentire… mettete il pigiama, lavate i denti l’arte chiama!

 

Veronica Masnada – Tiziano, Orfeo ed Euridice

 

Buonasera a tutti! Eccomi qui a farvi conoscere uno dei miei quadri preferiti dell’Accademia Carrara.
È un’opera che racchiude una delle storie d’amore più belle e appassionanti di tutti i tempi: il mito di Orfeo ed Euridice.

Ma che cos’è un mito? Quante volte ci siamo imbattuti in questa parola… mito. Beh, un mito è un calciatore che sa fare goal strepitosi, un mito è una persona che fa qualcosa di speciale in un modo straordinario, un mito è la tua mappa da seguire, è una persona che consideri straordinaria e che in qualche modo provi a imitare… ecco appunto. Imitare: fare come un mito. Oggi nel nostro linguaggio questa parola torna spesso, eppure la sua storia è molto molto lontana. Ogni popolo antico si era fatto carico di insegnare i sentimenti e le emozioni attraverso dei racconti. I miti insegnavano la distinzione tra bene e male, cos’era sacro e cosa profano, cosa era buono e cosa era cattivo. I miti mostravano degli itinerari: se ti comporti così ti salvi, se ti comporti diversamente sei perduto.

La storia in questo caso è raccontata per immagini da un grandissimo pittore veneziano che ha lasciato il segno nella storia dell’arte, Tiziano. Si trattava di un grande imprenditore che seppe far valere il suo mestiere a servizio degli uomini più potenti del tempo. La sua rivoluzione artistica si racchiuse in una parola che piace molto ai bambini: colore. I suoi quadri erano pieni di accostamenti perfetti, colori corposi, densi impastati alla luce. Anche in questo quadro è così. Quello che vediamo per primo è proprio il colore, scuro, pastoso, funzionale al racconto narrato.

La storia d’amore raccontata da Tiziano è quella di Orfeo ed Euridice: Orfeo, suonatore della lira in una maniera strepitosa, Euridice ninfa del bosco. I due si incontrano, si amano, si sposano. Euridice va ad abitare nel palazzo di Orfeo, da cui spesso fugge per tornare nel suo bosco e raccontare alle amiche ninfe tutte le cose nuove che impara in quel mondo tanto nuovo per lei. E’ proprio durante una di queste evasioni che per sbaglio calpesta una vipera che la morde mortalmente. Quando Orfeo la trova è disperato, ma non vuole darsi per vinto. Decide allora di intraprendere un viaggio che fino quel momento nessuno aveva mai avuto il coraggio di compiere: entrare nell’Oltretomba per cercare di convincere il Dio degli Inferi a liberare Euridice. L’impresa non si prospetta facile. Orfeo supera una serie di ostacoli e difficoltà grazie all’unica arma che aveva scelto di portare con sé: la sua lira. Dopo un canto struggente il Dio degli inferi decide di assecondare il giovane ponendo una condizione, una sola: Orfeo non dovrà mai voltarsi a guardare Euridice durante tutto il viaggio di ritorno a casa. Durante il cammino però qualcosa inizia ad insinuarsi nel cuore di Orfeo: il dubbio. Il dubbio gli fa chiedere se il Dio degli inferi l’abbia ingannato, se davvero dietro di lui c’è la tanto amata Euridice. Passo dopo passo il dubbio diventa sempre più grande, fino a quando Orfeo non resiste più e si gira. In quell’attimo capisce di non essere stato ingannato, ma ha anche la consapevolezza di aver perso l’amata per sempre!!

Ebbene sì, i miti purtroppo non sempre finiscono nel migliore dei modi. Noi però abbiamo un vantaggio. Dopo, quando saremo sotto le coperte ed entreremo nel mondo dei sogni, potremo inventare un finale tutto nuovo alla storia! Cosa succederà ad Orfeo nei vostri sogni?

Con questa domanda vi mando la buona notte.. fate sogni sereni!


Clelia Epis – Hayez, Caterina Cornaro…

 

Quella di Caterina, Caterina Cornaro, è la storia di una regina.

Nel dipinto di Francesco Hayez la riconosciamo con la corona indosso.

La vediamo vestita di azzurro ed è bellissima mentre sta nella sua reggia.

È seduta sul suo trono, lo schienale è decorato con grazia e per la schiena c’è un grande cuscino rosso. Sul pavimento l’antico tappeto orientale delimita lo spazio e la presenza di una pelle di leopardo testimonia la ricchezza dell’ambiente.

La stanza è ampia e illuminata da due finestre: quella aperta sarà il centro dell’azione.

 

La sua è una storia vera e tutta da raccontare, fatta di coraggio, forza e carattere.

Lei è stata regina di Cipro, ma era nata a Venezia che nel 1400 non era solo una città bensì uno Stato potente chiamato la Serenissima.

La famiglia di Caterina portava un cognome importante: Cornaro. I suoi antenati avevano fatto la storia della città e i suoi parenti erano ai vertici del potere.

 

Caterina sapeva di far parte di una grande famiglia e desiderava esserne all’altezza.

Quando era ancora giovane già c’erano grandi progetti per il suo futuro e lei era pronta a realizzarli.

Nel suo destino c’era il matrimonio con un re: Giacomo II di Lusignano.

Non sarebbe stato un matrimonio nato dall’amore, ma un accordo politico ed economico.

Caterina lo sapeva e le stava bene, così facendo sarebbe diventata regina di Cipro.

 

Caterina si sposò ma quel giorno non incontrò il suo sposo. A noi può sembrare strano, ma a quei tempi non lo era affatto.

I matrimoni più importanti avvenivano proprio così: tra le famiglie degli sposi si firmava un contratto e alla cerimonia erano presenti dei delegati prestigiosi.

La cerimonia fu fastosa e Caterina portò al marito una dote di ben 100.000 ducati.

La futura regina raggiunse dunque il porto percorrendo tutto il Canal Grande a bordo del Bucintoro, la nave del Doge di Venezia, accompagnata da migliaia di persone. Quel giorno c’erano tutti per salutarla, dai nobili ai popolani.

 

Giunta sull’isola di Cipro, finalmente, vide il suo sposo e poco dopo fu incoronata.

La vita per Caterina, però, non fu mai facile e il suo carattere forte le fu sempre d’aiuto.

Pochi mesi dopo il suo arrivo a Cipro, suo marito Giacomo morì improvvisamente mentre Caterina aspettava il loro primo figlio.

Quando nacque Giacomo III, Caterina governò in suo nome.

Il destino, però, fu ancora una volta crudele con lei perché anche suo figlio perse la vita pochi mesi dopo.

Caterina si trovò sola, in terra straniera, a fronteggiare l’ambizione dei suoi rivali che le volevano togliere il titolo di regina e resistette 14 anni poi…a causa di una nuova congiura….

Il dipinto ci racconta proprio questo momento.

Giorgio Cornaro è in piedi, vestito di rosso, e con un colpo di scena apre la finestra per mostrare alla sorella la nuova bandiera che sventola sulla fortezza della città.

La Repubblica di Venezia ha deciso che lei non sarà più regina di Cipro, lì d’ora in avanti governerà direttamente proprio Venezia.

Pare che il pittore ci porti sul palcoscenico di un teatro.

La protagonista è al centro della scena, guarda il fratello con aria di sfida, nei suoi occhi c’è voglia di ribellione.

Tanto ha lottato per quella terra sospesa tra Oriente e Occidente che non vuole cedere, Caterina punta i piedi a terra poggiandosi su un cuscino e regge con orgoglio lo scettro del comando: il suo è un gesto che non si dimentica.

Dietro di lei un’ancella, fasciata in un meraviglioso abito verde, guarda la regina attendendo la sua reazione, le altre guardano fuori dalla finestra sorprese dalla notizia.

I pensieri e i sentimenti di ciascun personaggio si intrecciano con quello degli altri, così come il loro destini.

Resta appartato, forse intimorito, il ragazzo dalla pelle scura con il turbante che sulla destra è messo in ombra dall’imponente figura di Giorgio Cornaro.

 

Nulla poté fare Caterina e il 18 marzo del 1489, vestita di nero, lasciò per sempre l’isola di Cipro.

Al ritorno a Venezia fu accolta in modo trionfale.

Caterina mantenne gli onori e il titolo di regina e si trasferì ad Asolo: un paese che pare un gioiello tra le colline di Treviso.

Nel suo nuovo palazzo, lì, ospitò tanti letterati e celebri pittori come Giorgione e Lorenzo Lotto.

La sua forza e la sua indipendenza parvero troppi per il tempo, tanto che fu costretta a tornare a Venezia e passare la sua vita sotto sorveglianza.

Quando morì, tutta la città partecipò al suo funerale e grandi onori le furono riservati.

Questa grande donna aveva lasciato un segno nella memoria di tutti: aveva avuto il coraggio di occuparsi di politica, di tenere testa agli uomini, di essere diversa.

Caterina era stata una vera REGINA.


Valentina Ronzoni – Tagliolini, Ercole nel giardino delle Esperidi

 

L’opera di cui voglio parlarvi è in una delle mie sale preferite dell’Accademia Carrara, quella delle sculture. Risale al Settecento e l’autore è probabilmente Filippo Tagliolini.

Il nostro artista ha voluto rappresentare un episodio di una storia molto lunga, che ha per protagonista un personaggio eccezionale e famosissimo nell’antichità per le sue grandi imprese: Ercole, uno dei più conosciuti miti greci. Non era semplicemente un uomo forte, era un semidio! Era cioè il figlio di un dio greco, il più importante di tutti, Zeus, e di una donna mortale, Alcmena. La sua vita è avventurosa e forse la conoscete per le dodici fatiche: dodici prove di forza e abilità da superare sconfiggendo temibili nemici. Lo riconosciamo nell’opera perché ha un fisico muscoloso, da vero forzuto e tiene in mano un oggetto strano, una clava, simbolo della sua forza e realizzata con legno di ulivo. Alla sua spalla si appoggia il muso di una belva di cui vediamo anche la zampa: si tratta di un terribile leone che lui aveva sconfitto nella prima delle dodici fatiche e con la sua pelle aveva fabbricato il proprio particolare mantello.

La  nostra opera ci racconta proprio una di queste prove, cioè la conquista dei pomi delle Esperidi. Che parole strane! Le Esperidi erano delle ninfe, creature figlie degli dèi e vivevano ai confini del mondo occidentale, in un luogo lontanissimo e remoto, dove secondo gli antichi Greci il sole va a tramontare. Custodivano un giardino meraviglioso al centro del quale cresceva l’albero dai pomi d’oro, mele rare e molto preziose. Una di queste ninfe la vediamo appunto nell’opera accanto a Ercole. Il giardino non era soltanto difficile da raggiungere, ma anche sorvegliato da un pericoloso drago, che però Ercole riuscì a sconfiggere scoccando dal suo arco una freccia che superò il muro che chiudeva il giardino: tra le altre cose, il nostro eroe aveva anche un’ottima mira! Il drago lo vedere sdraiato sotto l’albero, con la lingua a penzoloni e se guardate attentamente si vede la ferita sul corpo! Ma in realtà nella storia c’è anche un altro personaggio che qui non vediamo: è Atlante, il Titano, un dio che teneva sulle proprie spalle tutto il peso dell’enorme sfera celeste e del mondo, ed era anche il padre delle Esperidi. Quando Ercole arrivò al giardino, non potendo entrare capì che avrebbe dovuto convincere Atlante a prendere le mele per lui…e quindi che la forza da sola non sarebbe bastata, doveva giocare d’astuzia. Chiese ad Atlante di andare a prendere i pomi e nel frattempo si offrì di reggere il peso del cielo sulle proprie forti spalle. Atlante non se lo fece dire due volte, passò la sfera ad Ercole e entrò nel giardino. Dopo un po’ di tempo, ritornò con i pomi, ma in quel momento si rese conto che non aveva più voglia di reggere ancora quel peso, lo aveva fatto già per troppo tempo ed ora era stanco. Ercole capì che aveva giocato male le sue carte e rischiava di rimanere lì, piegato sotto il cielo per chissà quanto tempo…ma non si perse d’animo e tentò il tutto per tutto. Disse :”Va bene, ma se devo rimanere in questa posizione per molto tempo, allora voglio mettermi comodo! Tienimi la sfera celeste ancora per un momento in modo da sistemare bene la schiena!”. Atlante, forse un po’ ingenuo, riprese la sfera e posò a terra i pomi ed Ercole, veloce come un gatto, li raccolse e scappò via, lasciando il povero Titano di nuovo con il suo peso da sopportare!

 

L’opera di cui vi ho parlato non è molto grande, misura circa 45 cm in altezza, ma è ricca di piccoli dettagli e nonostante sembri una scultura in marmo, in realtà è fatta di una porcellana molto particolare, che si chiama biscuit: è una parola francese che significa…biscotto! Strano vero? Il motivo è questa porcellana veniva cotta due volte ed è anche opaca, il che la fa assomigliare al marmo…se potessimo toccarla però capiremmo la differenza! Quindi il nostro artista,Tagliolini, più che scultore andrebbe chiamato modellatore!

Pensate che apparteneva ad un famoso studioso, Federico Zeri: egli aveva una casa bellissima, piena degli oggetti che aveva collezionato durante tutta la sua vita. Le sculture erano dovunque attorno a lui, nei corridoi, sul tavolo dove mangiava e dove lavorava, nel salotto e nella biblioteca…viveva letteralmente circondato da queste meravigliose opere. Alcune le regalò all’Accademia Carrara: non appena sarà possibile, venite a trovare Ercole al museo…sono sicura che lui anche qui si sente come a casa sua!

 


Laura Zambelli – Botticini, Tobiolo e l’angelo

 

Ciao bambini, ciao mamme, ciao papà, ciao nonni benvenuti al quarto appuntamento di ‘arte al telefono, siete già in pigiama? Vi siete lavati i denti? Siete belli comodi, pronti per ascoltare questa storia? Benissimo allora cominciamo!

 

Io sono Laura e questa sera vi racconterò la storia di un viaggio! Il protagonista di questo viaggio è un bambino, un ragazzino e si chiama Tobiolo. Tobiolo è vestito in modo molto elegante: indossa una veste corta azzurra, un mantello rosso che svolazza al vento e degli stivali comodi per viaggiare a piedi. Tobiolo è stato mandato dal suo papà a riprendere dei soldi che il papà aveva guadagnato anni prima, ma dovete sapere che la storia è ambientata tantissimi anni fa, non esistevano le macchine, i treni, gli aerei e nemmeno le biciclette, perciò Tobiolo deve compiere il suo lungo viaggio a piedi…..Ma non è solo nel suo viaggio! C’è qualcuno che lo accompagna, che lo tiene per mano delicatamente, che lo conduce, che lo protegge: è un angelo, vedete che ha delle grandi ali nere, è l’arcangelo Raffaele. L’arcangelo lo accompagnerà per tutto il suo viaggio: gli indicherò la strada più sicura, lo salverà più di una volta, ma rimarrà nascosto per quasi tutto il viaggio, si rivelerà a Tobiolo solo alla fine del suo viaggio. Questo pittore, che si chiama Francesco Botticini ha dipinto proprio il momento finale del viaggio, il momento in cui Tobiolo sta facendo ritorno a casa dalla sua famiglia e proprio alla sua famiglia sta portando il pesce che tiene nella mano sinistra e che ha catturato grazie all’aiuto dell’arcangelo Raffaele. Il pesce infatti lo stava attaccando mentre Tobiolo stava facendo il bagno nel fiume Tigri, ma come vi ho detto l’angelo anche in questa occasione lo salva e lo aiuta a catturare il pesce. L’arcangelo Raffaele invece tiene in mano una scatolina, dentro quella scatolina ci sono le interiora, cioè la parte interna del pesce, queste interiora sono miracolose, sono un po’ magiche e serviranno per curare la cecità del padre di Tobiolo. Ma i due protagonisti non sono soli, chi vede chi li sta accompagnando? Guardate bene…..esattamente con loro c’è un piccolo cagnolino bianco che fa compagnia a Tobiolo lungo tutto il suo viaggio. E questo cagnolino non se l’è inventato il pittore, ma fa parte del racconto biblico nel quale si narrano le vicende di Tobiolo.

 

Piccoli dipinti raffiguranti Tobiolo e l’angelo venivano commissionati nel Rinascimento in occasione della partenza di un figlio, che lasciava la casa per intraprendere il proprio percorso di studi o per cercare fortuna; fra gli Arcangeli infatti Raffaele è colui che ‘illumina e custodisce’ ed era un modo per la famiglia di invocare protezione per il proprio figlio.

 

Questa storia ha un lieto fine, Tobiolo tornerà a casa dal suo papà e dalla sua mamma, sano e salvo, grazie soprattutto alla protezione del suo ‘angelo custode’ e voi? Avete un angelo custode? Vi sentite protetti da una persona che vi vuole molto bene? Che vi è sempre vicina, anche se magari non è sempre con voi? Provate a pensarci e a dare un nome al vostro angelo custode che sicuramente vi proteggerà anche di notte.

Buona notte a voi e al vostro angelo custode….

 


Sabrina Tomasoni – Carpaccio, Nascita di Maria

 

Buonasera bambine e bambine, io sono Sabrina e questa sera vi racconterò una storia felice, la nascita di una nuova vita!

Questo avvenimento ce lo presenta in un quadro Vittore Carpaccio, un pittore veneziano che nella sua vita ha dipinto tante storie, anche in più episodi, e quello che scopriremo stasera è il primo episodio della vita di una donna che si chiama Maria.

Forse avete già capito di quale Maria si tratta, proprio di quella Maria che di solito nelle immagini vediamo sempre come mamma, la mamma di Gesù.

Vittore Carpaccio dipinge la nascita di Maria all’inizio del 1500 e non si inventa nulla, cioè rappresenta l’evento come se fosse avvenuto in una tipica casa veneziana del suo tempo: con le stanze grandi e luminose, i tappeti pregiati, l’arredamento e gli oggetti che si trovavano nelle dimore eleganti.

Carpaccio ci presenta una scena tranquilla, talmente tranquilla che una coppia di conigli si ferma indisturbata nella stanza per mangiare un po’ di erba e l’atmosfera dell’insieme è familiare, quotidiana, ma ricca di personaggi e dettagli: tutta la storia è già sotto ai nostri occhi!

Dovete sapere che Gioacchino ed Anna, i genitori di Maria, hanno atteso a lungo di poter avere un bambino, finalmente dopo i mesi di gravidanza, oggi sono pronti per conoscere loro figlio o loro figlia.

Svelta arriva la levatrice, una signora con molta esperienza che aiuta le mamme nel momento del parto, eccola e…dopo poco viene alla luce una bambina, finalmente ecco Maria!

L’espressione di Anna è proprio feluce, nonostante i suoi occhi forse siano un po’ stanchi, ma ugualmente curiosi di vedere la piccola.

Una delle ragazze più giovani della casa si avvicina ad Anna per offrirle un piatto di brodo e probabilmente anche lei si augura un giorno di provare la stessa gioia di Anna, quella di diventare mamma.

La levatrice, invece, ora si sta prendendo cura della piccola Maria, in una grande tinozza con acqua calda è pronta per lavarla e poi asciugarla con un morbido panno. Insieme a lei c’è un’altra donna che sta preparando le bende per fasciare la neonata  “Così crescerà sana e forte” sembra pensare.

In quel momento arriva anche Gioacchino che stava aspettando in un’altra stanza della casa, il parto era riservato solo alle donne, ma adesso può entrare, arriva piano appoggiato al suo bastone e guarda soddisfatto la sua bambina, tutto è andato bene!

Mettendoci in ascolto si sentono dei rumori in lontananza: il crepitio di un fuoco nella stanza accanto e lo sbattere dei panni pronti per essere asciugati e riscaldati.

Facendo ancora più attenzione… si odono dei passi, probabilmente sono quelli della cuoca che sta rientrando dal cortile, là in fondo alla casa, e ora si preoccupa di preparare un pasto speciale per festeggiare insieme a tutti gli abitanti l’arrivo di Maria.

Ma Maria? Che cosa avrà pensato Maria? Sembra proprio tranquilla, proprio come la casa che la accoglie, probabilmente è in attesa di tornare tra le braccia della sua mamma, al suo profumo inconfondibile e al suo abbraccio delicato, dove forse troverà il latte oppure una posizione comoda per addormentarsi.

E questo è l’augurio che faccio anche a voi, di trovare una posizione comoda per fare bei sogni e magari domani potrete andare alla ricerca di fotografie e racconti sulla vostra di nascita, sarà sicuramente stato un giorno speciale!

Buonanotte a tutti

 


Clara Luiselli – Savery, Orfeo incanta gli animali

 

Buonasera bambine e bambini benvenuti a questo nuovo appuntamento di arte al telefono.

Io sono Clara e questa sera vorrei farvi conoscere un dipinto misterioso e ricco di fascino, uno dei miei preferiti dell’Accademia Carrara, spero tanto che piacerà anche a voi.

Si tratta di un piccolo quadro che va osservato con grande attenzione perché la figura del protagonista è quasi invisibile.

Sì, se guardate  proprio lì nel centro potete scorgere una minuscola figura intenta a suonare uno strumento che prende il nome di lira, una specie di piccola arpa. Sapete tutti cos’è un’arpa? È uno strumento musicale con tante corde tese su una struttura di legno di forma triangolare, le corde vengono pizzicate con le dita.

È lo strumento perfetto per creare melodie dolci e avvolgenti.

E a suonare è Orfeo  personaggio della mitologia greca. La sua abilità con il canto e la musica era tale da riuscire ad incantare chiunque lo ascoltasse.

E ciò che il nostro quadro racconta è proprio questa magica capacità di  ammaliare gli animali.

Il pittore che l’ha dipinto si chiama Roland Savery è nato in Belgio nel 1576 ed ha dipinto “Orfeo che incanta gli animali” (il titolo della nostra opera di questa sera) nel 1636. Questo artista dipingeva in modo dettagliato e ogni minuscolo particolare era realizzato con grande cura e precisione. Immaginate come dovevano essere sottili i pennelli che utilizzava per dipingere!

Amava rappresentare scene naturali come boschi e foreste immersi in un’atmosfera quasi da fiaba.

Nel nostro quadro abbiamo quasi la sensazione di essere bagnati da una luce lunare che attraversa le nuvole per illuminare Orfeo seduto su una roccia, in riva ad un ruscello argentato,  sembra quasi di sentire l’acqua che scrosciando accompagna il suo canto come se anche gli elementi della natura volessero unirsi all’armonia che lui sta creando.

Attorno alla figura di Orfeo si sono radunati animali di ogni sorta e specie, creature  Che abitano il cielo, l’acqua e la terra,  animali grandi e minuscoli, alcuni quasi invisibili, tutti  attratti dalla magia creata dalla musica.

Se adesso avessimo una lente d’ingrandimento potremmo scoprire qualche dettaglio del quadro che sarebbe difficile scorgere ad occhio nudo  e riusciremmo a scoprire libellule  e farfalle sospese a mezz’aria, uccellini, anatre, un gruppo di cigni a fianco di Orfeo.  E poi ancora: un cavallo seminascosto nell’ombra, due buoi, uno dei quali  forse si è accorto di noi e poi un cerbiatto accovacciato vicino a un elefantino di schiena che volge la proboscide in direzione del protagonista.

E ancora… dei cervi quasi nascosti dalle fronde degli alberi e altri animali alcuni dei quali davvero difficili da riconoscere.

La cosa meravigliosa che accade è che prede e predatori convivono pacificamente in questo luogo che ricorda tanto un paradiso terrestre. Tutti sono immobili o meglio incantati da questa atmosfera di sogno che si è creata grazie alla presenza di Orfeo.

Ed ora anche noi possiamo lasciarci trasportare immaginando che Lui suoni anche per noi.
regalandoci una buona notte carica di sogni lievi.


 

Valeria Angelini – Pezzotta, La memoria del nonno

 

Bambine e bambini, buonasera.

Io sono Valeria e vi accompagnerò con le mie parole all’interno dell’Accademia Carrara di Bergamo.

L’opera che ho scelto per voi è un dipinto che s’intitola “La memoria del nonno” realizzato nel 1883 da Giovanni Pezzotta, un pittore bergamasco nato ad Albino.

Giovanni, soprannominato Giò, era molto affezionato al suo paese e alla provincia di Bergamo. Osservava tutto di questi luoghi: le persone camminare, festeggiare, incontrarsi, parlare, mangiare… Insomma amava dipingere tutte le cose che possono succedere durante la giornata! Forse per lui erano proprio quelli i momenti più speciali.

L’artista anche qui ritrae infatti dei personaggi… sconosciuti, degli oggetti… comuni e l’interno di una semplice stanza. Vedete bambini, ci lascia tanta libertà! Guardando questa scena infatti possiamo dare una voce ai due protagonisti e inventare sempre una storia diversa.

Immaginate per un istante che il nonno sia proprio il nostro pittore Giò.

La mia storia, tra realtà e immaginazione, inizia così:

 

In una delle più antiche dimore del paese riposava solitario un anziano signore, adagiato sulla vecchia e grande poltrona in legno rivestita di tessuto giallo imbottito, ancora brillante.

Visibilmente stanco, il signore rifletteva tra sè e sè. Non aveva più le stesse energie di un tempo e da quella poltrona era solito osservare dalla finestra il mondo là fuori, seguendo i giochi dei bambini e ascoltando le conversazioni dei grandi.

Ma la giovane nipote non si era certo dimenticata di lui. Quella sera stessa infatti la bambina

andò a trovarlo, entrò silenziosamente nella stanza e disse: “Buonasera nonno Giò!”.

 

L’abito che indossava la bambina era del color del fiordaliso e si intonava alla perfezione con il fiocco blu che le chiudeva i lunghi capelli raccolti, colorati di biondo come il miele.

 

“Che piacere vederti piccola mia!” rispose il nonno. “Cosa ti porta nella mia umile dimora? Non dovresti già essere a dormire?” chiese con gentilezza.

La bambina non rispose e si guardò attorno un po’ distratta: tutto era lì, dove se lo ricordava; la luce della candela, più spostata a sinistra, illuminava debolmente la stanza dalle pareti grigie, e sul bancone erano posati, accanto a dei libri, il bastone da passeggio e il vecchio cappello a cilindro.

Il nonno seguì il suo sguardo incuriosito e ripensò a quand’era giovane. A quel tempo nessuno l’avrebbe fermato! Pur di frequentare la Scuola di Pittura dell’Accademia Carrara, percorreva a piedi ventisei chilometri al giorno, andata e ritorno, tutto elegante con il suo cappello e il suo bastone alla moda.

La bambina dopo poco reclamò subito la sua attenzione e inziò scherzosamente a giocare con una medaglia che aveva trovato rovistando nel cassetto. Guardando il nonno con ammirazione gli chiese: “È così bella e lucente, l’hai vinta tu?”.

Nonno Giò si stropicciò gli occhi tornando al presente, fece dondolare per un momento il prezioso oggetto e rispose: “Mia cara ho vinto diversi premi come pittore e ne vado molto fiero. Questa medaglia è il premio per un’opera speciale…”. Aprì il libro e lesse ad alta voce: “E la medaglia va all’illustre Giovanni Pezzotta per aver dipinto la dolce scena di un nonno e sua nipote…”.

Il nonno svelò così la verità sulla preziosa medaglia e sorrise soddisfatto. Sprofondò nella sua poltrona e la nipote lo salutò con tutta la dolcezza del mondo negli occhi. Si abbracciarono ed infine la bimba uscì dalla stanza.

Sistemata la coperta rossa a fiori, Giò sorrise sereno e chiuse gli occhi. Sapeva di non essere solo.

Cari bambini, la mia breve storia finisce qui. L’opera come avete visto è un po’ come una fotografia, è il ricordo di un momento affettuoso tra il nonno-pittore e sua nipote.

Chissà quante storie sapranno raccontarvi i vostri nonni! Ne avete in mente una diversa? Dormiteci su e sognate. Aspettiamo presto i vostri racconti!

 

E ora vi lascio con le parole di una canzone di Francesco Guccini:

“Il vecchio e il bambino”

Buonanotte.

 

E il vecchio diceva, guardando lontano:
“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori

e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde,
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’ uomo e delle stagioni…”

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”.

 


Irina Marieni Saredo – Il museo prende vita con i capolavori del Moroni

 

Ciao a tutti, siete pronti per la favola della buona notte? Io sono Irina e stasera vi racconterò una storia un po’ magica su alcune opere di Giovan Battista Moroni.

 

C’era una volta, e c’è ancora… in una città di nome Bergamo, un museo chiamato Accademia Carrara. Si chiamava così perché prendeva il nome dal suo fondatore: il Conte Giacomo Carrara. Egli possedeva molte opere d’arte ma non gli sembrava giusto che potesse goderne solo lui… fu così che decise di creare un museo perché tutti potessero ammirarle. Sperava anche che altri collezionisti avrebbero seguito il suo esempio. La generosità dei bergamaschi non si fece aspettare e molti, dopo di lui, donarono opere al museo della città. Il museo cresceva e diventava sempre più bello: c’erano opere di artisti italiani e stranieri e anche di artisti bergamaschi, come ad esempio Giovan Battista Moroni. Questo pittore era apprezzato in particolar modo per i suoi ritratti: non gli piaceva idealizzare i suoi soggetti, preferiva invece dipingerli in modo naturale, catturando le somiglianze e facendo trasparire gli stati d’animo. I visitatori del museo ammiravano i ritratti di Moroni e la sua capacità di dipingere fedelmente i dettagli, spesso si sentiva qualcuno esclamare “Per Bacco, sembra proprio una persona in carne e ossa!”. Forse quei visitatori non si sarebbero stupiti se avessero saputo cosa accadeva ogni notte alla Carrara: dopo che il guardiano aveva fatto l’ultimo giro per controllare che tutto fosse a posto, i personaggi dei dipinti di Moroni prendevano vita, abbandonavano i quadri e si trovavano per il loro appuntamento notturno. Le opere di Moroni erano in sale diverse, ma il richiamo era talmente forte che queste sentivano la necessità di stare insieme, almeno di notte. Si davano appuntamento davanti al “Vecchio seduto”, nessuno sapeva esattamente chi fosse ma si mormorava che potesse essere Pietro Spino, un letterato e storico originario di Albino, proprio come Moroni. Un po’ perché era un signore anziano, un po’ perché incuteva un certo rispetto e un po’ perché non c’era proprio verso di farlo alzare dalla sua bella sedia dove amava trascorrere il tempo leggendo, gli altri personaggi avevano deciso che si sarebbero incontrati sempre lì. Vedendoli arrivare, ogni notte brontolava: “Anche oggi avete interrotto la mia lettura…” ma forse in fondo in fondo non gli dispiaceva avere compagnia. Fortunatamente il guardiano non si accorse mai di niente… chissà che faccia avrebbe fatto vedendo le cornici vuote… ? Eh già, perché le cornici sembravano delle tele dipinte semplicemente di grigio dato che il Moroni molto spesso non dipingeva niente sullo sfondo: preferiva concentrare tutta l’attenzione sul personaggio.

Una notte accadde qualcosa: Isotta Brembati Grumelli arrivò tutta trafelata esclamando: “Non avete idea di cosa ho scoperto!”. La corsa appena conclusa aveva quasi rovinato la sua bella capigliatura impreziosita di perle e gioielli, le collane si erano attorcigliate al colletto a ventaglio e ci era mancato poco che una stecca del suo bell’abito la ferisse… Nel dipinto della Carrara Isotta era una nobildonna di vent’anni ma poi sarebbe diventata una poetessa e donna di cultura stimata negli ambienti culturali della sua epoca. Ora però era in preda al panico e senza starci troppo a pensare formulò la frase nel modo più semplice: “Chiuderanno il museo!”. La notizia sconvolse tutti quanti ma nei giorni successivi ognuno riuscì a saperne un po’ di più e capirono cosa stava per accadere: il museo stava per essere ristrutturato con l’intenzione di riaprirlo entro pochi anni con un nuovo allestimento. Da una parte furono sollevati ma dall’altra cominciarono a nascere dei timori…

Pace Rivola Spini si rivolse al marito dicendo: “E se decidessero di lasciarci nei magazzini senza esporci? O se, peggio ancora, dovessero dividerci?”

Bernardo rispose: “Su Pace, non ti angosciare, nasciamo come pendant, a nessuno verrà mai in mente di esporci separatamente”. Il Moroni aveva infatti dipinto i due coniugi in due tele separate ma come se fossero un’unica opera (se guardate lo sfondo dei due quadri, si vede bene che uno è la continuazione dell’altro).

Una vocina dolce interruppe i coniugi Spini: “Se finissi nei depositi magari potrei giocare e fare le capriole… ma il mio vestito non sarebbe molto adatto… a pensarci bene, preferirei rimanere in museo con il mio bell’abito di broccato” disse giocherellando con la collana di perle e aggiustandosi la gorgera (che è quel colletto tutto a onde). Pace la guardò con tenerezza rassicurandola: “Non temere tesoro, sei la bambina di casa Redetti, una delle opere più amate dai visitatori di tutte le età, non è possibile che tu rimanga in un deposito”.

Arrivò il 2015, erano passati 7 anni dalla chiusura del museo e tutto era pronto per l’inaugurazione; i bergamaschi erano ansiosi di rivedere la loro bella pinacoteca nella nuova veste e i personaggi delle opere del Moroni non vedevano l’ora che i visitatori arrivassero alla sala 17 dove li attendeva una bella sorpresa: tutti i ritratti di Giovan Battista Moroni erano stati riuniti in un’unica sala! Da quel momento in poi sarebbero stati insieme giorno e notte senza più bisogno di abbandonare le tele. Il Vecchio seduto, felice quanto gli altri della nuova sistemazione, borbottò bonariamente “Ora ne ho la certezza: non riuscirò mai più a finire il mio libro…”

 


 

Francesca Frosio – Fra Galgario, Ritratto di Gentiluomo

 

 

Buonasera bambine, buonasera bambini,

benvenuti in un nuovo appuntamento di Arte al Telefono. Io sono Francesca e questa sera vi racconto una storia ricca di mistero e avventura.

Il protagonista non è una persona, ma è un quadro, Ritratto di giovane gentiluomo. Ebbene si, i quadri, che siamo abituati a vedere fermi, attaccati alle pareti, in realtà hanno vissuto avventure emozionanti.

Torniamo indietro nel tempo di circa 100 anni. E’ l’11 dicembre del 1929, anche se è inverno non fa molto freddo. Siamo al porto di Genova, da qui è appena salpata una nave dal contenuto preziosissimo. Si chiama Leonardo da Vinci, come uno dei pittori più famosi della storia, e trasporta proprio dei quadri. Non sono quadri qualsiasi, sono le più grandi opere dell’arte italiana. Tra queste, in una delle 500 casse al buio nella stiva della nave, c’è anche il ritratto di giovane gentiluomo di Fra Galgario. E’ solo la seconda volta che lascia la sua casa, Palazzo Marenzi qui a Bergamo, dove è rimasto, tranquillo e un po’ annoiato, per 3 secoli. Lo aspettano a Londra, dove è stata organizzata una mostra dedicata al meglio dell’arte italiana.

A circa metà del viaggio, una tempesta molto forte sorprende la Leo da Vinci al largo della Costa della Morte. Il nome è un programma: questo tratto di mare si chiama così proprio per le difficili condizioni delle correnti e dei venti. Tuoni, fulmini e onde alte come palazzi: la nostra nave rischia seriamente il naufragio. Fortunatamente dopo una notte di lotta contro le onde, riesce a salvarsi. Il nostro quadro finora aveva visto i temporali solo dalla finestra, riparato al calduccio di casa, è un po’ impaurito, ma è salvo.

Dopo 9 giorni di viaggio, la nave arriva al porto di Londra, ma i colpi di scena non sono finiti. Tutti sono ansiosi di vedere le opere, ma non si trova la chiave della camera blindata. Finalmente, dopo un’affannosa ricerca, la trovano, aprono le casse e, meraviglia, tutti i quadri sono intatti.

Il nostro gentiluomo colpisce subito l’attenzione dei londinesi. Innanzitutto, chi è? La sua identità è un mistero. Fra Galgario, il pittore che l’ha dipinto, non ha detto il suo nome e nella sua biografia, dove si racconta nel dettaglio di tantissimi ritratti, non si fa cenno a questo. Un’ipotesi, però, possiamo farla: probabilmente era un giovane bergamasco, perché Fra Galgario era nato a BG e dipingeva qui in città.

Ai tempi farsi fare un ritratto era una cosa rara, non esistevano le macchine fotografiche o i cellulari e, spesso , si aveva un solo ritratto in tutta la vita, una sola immagine. Il nostro gentiluomo si era vestito bene per l’occasione, ha un vestito color tortora con l’interno verde, a contrasto, molto chic. Ha il cappello a tricorno nero, abbinato alla cravatta a farfalla, e una camicia bianca. Indossa anche la parrucca e è in posa, con la mano sul fianco: possiamo immaginare che non fosse molto comodo. Il suo viso ci sembra serio, forse un po’ annoiato, ma cerca di tenere le emozioni sotto controllo. Non riesce, però, a controllare la mano sinistra, con cui tiene la giacca. Forse sta cercando di abbottonarsi meglio il vestito, per apparire al meglio nel suo ritratto.

Oltre al nome del protagonista, il dipinto nasconde un altro mistero: i colori. All’epoca non esistevano i colori già pronti, come quelli che usate voi, ma bisognava prepararli, partendo dalla terra, dalle pietre. Fra Galgario creava dei colori bellissimi, in particolare un rosso acceso, ma non ha mai rivelato a nessuno come realizzarli. I suoi contemporanei facevano carte false per avere un pochino delle sue lacche, cercavano di scoprirne il segreto, ma invano.

Dopo Londra, altri viaggi aspettano il nostro dipinto pieno di misteri: Milano, Parigi, finisce anche sulla copertina di un libro. Poi, però, non viene più esposto e per quasi 60 anni resta nascosto al pubblico. Nessuno lo vede più, fino all’autunno del 2020, quando arriva all’Accademia Carrara. Viene messo nella sala dedicata a Fra Galgario, con altri ritratti di bergamaschi del suo tempo. E chissà, forse ne conosceva veramente qualcuno!

Da allora, il museo è chiuso, nessuno ha potuto rivedere il nostro giovane gentiluomo. Io me lo immagino così, che aspetta che si apra il cancello del museo, mentre si abbottona meglio la giacca, e si prepara a farsi ammirare ancora dopo tanti anni.

Vi aspetta, per raccontarvi  le avventure che ha vissuto. Voi, nel frattempo, chiudete gli occhi e sognate le vostre meravigliose avventure.

 


 Giada Massaro –Bembo; Cicognara, Carte da gioco e tarocchi

 

Bonifacio Bembo, I Tarocchi, 1455.

 

Ciao bambine e bambini, benvenuti ad un nuovo appuntamento di ARTE AL TELEFONO, io sono Giada e questa sera vi racconterò una storia.

C’era una volta un duca, Filippo Maria Visconti era duca di Milano. Egli aveva una figlia, Bianca Maria Visconti che presto si sarebbe sposata con Francesco Sforza, un importante signore di Milano. Il padre voleva regalare alla figlia, in occasione delle nozze, un mazzo di carte chiamato Tarocchi. Con queste carte si potevano fare giochi diversi ma uno in particolare appassionò il duca: leggere il futuro. Alcune carte chiamate Trionfi davano l’opportunità di conoscere ciò che sarebbe accaduto ad una persona. Un gioco misterioso e appassionante. I trionfi sono carte figurate cioè sopra ad ogni carta è disegnato un personaggio con un particolare significato che svelerò più avanti. Il nostro duca, Filippo Maria Visconti, si mise in contatto con uno straordinario pittore per la realizzazione delle carte, Bonifacio Bembo. Quest’ultimo, nel 1455, realizzò delle vere è proprie opere d’arte in miniatura. Lo fece ispirandosi ai personaggi delle corti: dame, cavalieri, paggi e signori. Utilizzò un elemento prezioso: l’oro zecchino. Questo elemento lo possiamo trovare in tutte le carte. Se osserviamo il Trionfo dell’imperatore possiamo descriverlo così: un uomo anziano è seduto su un trono, ha una barba bianca e indossa un copricapo in oro con disegnata L’aquila imperiale. Una tunica completamente d’oro e finemente decorata riveste una seconda tunica blu. Nelle mani tiene il globo e lo scettro del potere. Ecco la parola legata all’imperatore, colui che detiene il potere. Se ci avviciniamo con una lente possiamo osservare attentamente il meraviglioso sfondo dorato con un motivo di losanghe entro cui si vede il sole raggiante, stemma visconteo, è lungo il bordo un motivo di fiori. Il pittore per realizzare queste decorazioni ha usato il bulino. Ora possiamo osservare il trionfo della stella, la fanciulla è immersa in un paesaggio formato da dolci colline e in prato, indossa un abito blu finemente decorato come il mantello rosso dove si possono vedere i motivi a stelle dorate delle decorazioni, nella mano tiene in alto la stella a otto punte e la parola legata a questo trionfo è la speranza. Vorrei salutare con questa bellissima parola e augurarvi bambine e bambini sogni d’oro. Ciao ciao.