Raffaello anteprima

 

Raffaello rimaneva legato a Urbino anche dopo la scomparsa del padre Giovanni Santi nel 1494, che lasciava una fiorente bottega sotto la guida di Evangelista da Pian di Meleto. Si dispose così ad assorbire precocemente la cultura urbinate della quale il padre era stato un esponente di spicco, oltre a intrattenere con artisti come Perugino, Pintoricchio, Signorelli relazioni di prima mano. La qualità delle sue prove gli fece d’altra parte guadagnare la protezione del duca Guidubaldo, di sua moglie Elisabetta Gonzaga e di Giovanna Feltria.

 

La piccola tavola Tosio appartiene all’attività giovanile del maestro urbinate e la si considera eseguita intorno al 1505. Destinata alla devozione privata, rappresenta Cristo Redentore benedicente in primissimo piano sullo sfondo di un paesaggio. Permea l’immagine una cultura complessa, di cui Raffaello si era impadronito nella città natale, segnata da altissime presenze, sia in pittura con Piero della Francesca e Melozzo da Forlì, che in architettura con Alberti, Laurana, Bramante. Il giovane Raffaello seppe far tesoro del sapere della cultura feltresca e il Cristo Redentore benedicente di Brescia ne dà conto. Il torso nudo, che emerge dal manto rosso con l’evidenza dei segni della Passione, lascia trapelare la memoria della pittura di Giovanni Santi, negli affreschi della cappella Tiranni a Cagli. La resa espressiva del volto e la leggera torsione del corpo di Cristo rivelano tuttavia la rapida progressione delle conquiste di Raffaello. La linea mediana dell’orizzonte paesistico lascia che la figura esprima pienamente una spazialità nuova che presuppone la conoscenza della statuaria classica. La sottigliezza e l’accuratezza nella stesura pittorica, che evidenzia ogni dettaglio del volto al quale viene riservata una procedura a tratteggio in modo affine all’arte della miniatura – di cui la biblioteca di Federico da Montefeltro vantava sommi esemplari – impreziosisce l’opera che riesce a trovare un rapporto armonico tra la fisicità della figura, inondata di luce, e la quieta atmosfera del paesaggio sullo sfondo. Il dipinto fu acquistato dal collezionista Paolo Tosio (1775 – 1842) a Milano con la mediazione di Teodoro Lechi, che a sua volta aveva fatto da tramite con i marchesi Mosca di Pesaro, proprietari dell’opera dal 1770. L’ingresso del Cristo nella collezione bresciana avvenne nel 1821.